No more ICE

CIO
27 Gennaio 2026
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NO MORE ICE

Qualche giorno fa, il Ministro Piantedosi, parlando della possibile presenza dell’ICE alle Olimpiadi di Milano-Cortina, dichiara: “non ci risulta”, ma “se fosse, non ci sarebbe nulla di male”. L’articolo del Fatto Quotidiano che riporta la sua dichiarazione è in terza pagina, nella seconda c’è l’articolo in cui si racconta il secondo morto per mano dell’ICE negli Stati Uniti, colpito dieci volte mentre era già a terra e mentre stava filmando un’operazione. Un’impaginazione che ci restituisce l’immagine di un apparato repressivo ormai normalizzato. L’accostamento è involontario ma rivelatore. Da un lato un corpo di polizia federale accusato di violenze sistematiche e di uso letale della forza; dall’altro la sua trasformazione, nel discorso politico italiano, in un semplice soggetto tecnico, neutro, “di supporto” alla sicurezza di un grande evento (Fontana poi ne ha confermata la presenza). Come se il contesto, la storia e le pratiche di quell’apparato sparissero nel momento in cui entra nel perimetro rassicurante dell’alleanza occidentale.

Secondo Wendy Brown, l’ossessione per la sicurezza e per i confini non è segno di forza dello Stato, ma al contrario di una sovranità in crisi, che reagisce alla perdita di legittimità democratica moltiplicando muri, corpi armati, dispositivi eccezionali. La sicurezza diventa così un linguaggio simbolico: non serve tanto a proteggere, quanto a dimostrare che il potere esiste ancora, che controlla, che decide chi entra e chi resta fuori. In questo senso, la presenza dell’ICE non è un dettaglio tecnico, ma un segnale politico che serve a rafforzare l’immaginario di uno Stato sicuro.

Le Olimpiadi, come altri mega-eventi, funzionano da acceleratori di questo processo. L’aumento massiccio delle forze dell’ordine, la cooperazione con apparati stranieri, la costruzione di zone iper-controllate vengono presentati come temporanei e inevitabili. Ma, come insegna l’esperienza francese, queste misure tendono a sedimentarsi: ciò che nasce come eccezione diventa prassi, ciò che è sperimentato sull’evento resta nella città.

La sicurezza diventa una forma di governo dei corpi in eccesso, per dirla con Federici. Nelle città vetrina, ripulite per il turismo e per i grandi appuntamenti internazionali, la violenza istituzionale serve a espellere ciò che disturba la narrazione: pover*, migranti, marginali, sex worker, soggettività non allineate. La sicurezza non protegge tutti allo stesso modo, ma seleziona, filtra, allontana. Non è un diritto universale, è una tecnica di gestione della crisi sociale.

Le zone rosse di Milano si collocano esattamente in questa logica. Spazi urbani trasformati in aree a sovranità ridotta, dove il controllo preventivo diventa norma e la semplice presenza può essere considerata una colpa. È la traduzione locale di una stessa idea: la sicurezza come ordine imposto dall’alto, non come costruzione collettiva di condizioni di vita dignitose.

Dentro questo quadro, le parole di Piantedosi (“se fosse, nulla di male”) appaiono meno come una svista e più come una dichiarazione di metodo. Ma è proprio qui che si gioca la posta politica: accettare questa idea di sicurezza significa accettare una progressiva militarizzazione dello spazio pubblico, una normalizzazione dell’eccezione, una riduzione della democrazia a gestione dell’ordine.

Le Olimpiadi diventano così un laboratorio, un luogo in cui si sperimenta fino a che punto una società è disposta a barattare libertà, diritti e pluralismo in nome di una sicurezza sempre più armata e sempre meno condivisa.

Noi non siamo dispost* a questo baratto.

Sabato 7 Febbraio 2026

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